di Giuditta Feltri

Per residenti, diportisti e pescatori di Castiglione della Pescaia è un rito che si ripete, inesorabile, a ogni cambio di stagione: lo sguardo rivolto all’imboccatura del porto-canale per capire se il fondale “tiene” o se la sabbia ha vinto ancora una volta. Quello dell’insabbiamento del porto non è una semplice sventura recente o un’emergenza burocratica dei nostri giorni. È, al contrario, un duello ingegneristico e naturalistico che affonda le sue radici nella storia stessa della Maremma. Una sfida che dura da due secoli. Per comprendere l’origine del problema bisogna fare un salto temporale fino alla prima metà dell’Ottocento. Prima di allora, Castiglione della Pescaia sorgeva ai margini dell’antico Lago di Prile (o di Castiglione), una vasta e insalubre distesa palustre. Fu il Granduca di Toscana, Leopoldo II, ad avviare la titanica opera di bonifica della Maremma. Il progetto decisivo fu affidato all’ingegnere idraulico Pio Fantoni. L’idea era apparentemente lineare: canalizzare le acque del fiume Bruna e tagliare il cordone sabbioso costiero per creare uno sfogo diretto verso il Mar Tirreno, permettendo il deflusso delle acque interne e, al contempo, la nascita di un porto protetto. Nel 1827 venne inaugurato il monumentale Ponte Giorgini, dotato di cateratte per regolare i flussi d’acqua. Fu l’atto di nascita del moderno porto-canale. Tuttavia, l’opera portava con sé un compromesso geometrico intrinseco: la foce di un fiume, in un regime costiero dominato da forti correnti laterali e venti di scirocco, tende per sua natura a chiudersi. Già pochi anni dopo l’inaugurazione, le cronache dell’epoca registravano le lamentele dei barcaioli per i cumuli di sabbia che ostruivano il passaggio, costringendo a faticosi e continui scavi manuali. Finché Castiglione è rimasta un piccolo borgo marinaro, il problema è stato gestito con i mezzi del tempo. Ma nella seconda metà del Novecento tutto è cambiato. Il boom economico ha trasformato lo scalo: alla storica flotta di pescherecci si è affiancata una massiccia presenza di imbarcazioni da diporto. Castiglione della Pescaia è diventata una delle mete turistiche più esclusive d’Italia. Con l’aumento delle dimensioni delle barche e delle esigenze di pescaggio, la convivenza con i bassi fondali è diventata critica. Negli anni ’60 e ’70 vennero eretti i primi moli moderni e le scogliere foranee per proteggere l’imboccatura (tra il Faro Rosso e il Faro Verde), nel tentativo di “guidare” le correnti marine lontano dalla foce. Soluzioni che hanno mitigato il fenomeno, senza mai risolverlo del tutto. A complicate la gestione dello specchio d’acqua è subentrata anche una frammentazione amministrativa che ha radici storiche: il porto è della diviso in due dal Ponte Giorgini. La parte a monte risponde al demanio idrico (Regione), quella a valle al demanio marittimo (Stato/Capitaneria). Una dualità che negli anni ha spesso rallentato la macchina burocratica nell’attivazione dei fondi per la manutenzione. Negli ultimi vent’anni, una crisi già cronica si è trasformata in un’emergenza quasi permanente a causa dei mutamenti climatici. L’insabbiamento attuale è guidato da due forze opposte ma ugualmente distruttive: le lunghe stagioni secche e i massicci prelievi idrici per l’agricoltura lungo il bacino del fiume Bruna hanno ridotto la portata del corso d’acqua ai minimi storici. In passato, le piene autunnali e invernali del fiume agivano come un “idropulitore” naturale, spingendo la sabbia accumulata verso il largo. Oggi, il torrente Bruna non ha più la forza per farlo. Di contro, l’aumento di frequenza e intensità delle mareggiate di scirocco e libeccio spinge con violenza la sabbia del litorale proprio dentro l’imboccatura del porto, sigillandolo. Quando il fondale scende sotto i livelli di guardia, l’economia locale trema. I pescherecci rischiano di toccare il fondo con le eliche o sono costretti a calcolare al minuto i tempi di uscita e rientro basandosi sulle maree, mentre il turismo nautico subisce pesanti limitazioni. Oggi la parola d’ordine è “resilienza”. Non potendo modificare le leggi della fisica e della dinamica costiera, la Regione Toscana e il Comune sono costretti a un impegno finanziario e logistico costante. La strategia attuale si muove su due binari: l’escavazione meccanica dei fondali non è più un evento eccezionale, ma un appuntamento fisso. Ogni anno vengono rimossi migliaia di metri cubi di sabbia che, in un’ottica di economia circolare, vengono lavati e riutilizzati per il ripascimento delle spiagge limitrofe, a loro volta colpite dall’erosione costiera. Sono al vaglio e in parte già avviati progetti di ingegneria marittima per allungare i moli esterni e modificarne l’orientamento, cercando di intercettare le correnti sabbiose prima che queste trovino riparo nel canale. Il porto-canale di Castiglione della Pescaia resta un’opera d’arte ingegneristica dell’Ottocento che sfida il mare del Duemila. Accettare che l’insabbiamento sia un problema strutturale e secolare, e non una contingenza passeggera, è il primo passo per continuare a difendere il cuore economico e l’identità marinara di questo angolo di Maremma.


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