
Di Leandro Ricci
Come ci eravamo arrivati io e mia madre in quel cucuzzolo di pietra sbocciato sulla roccia che è Rocchette di Fazio? Poco oltre Saturnia, svoltando verso Usi, era come se la nostra macchina fosse stata risucchiata dentro un altro buco nero dell’Universo Maremma. Il panorama che ci si presentava era molto diverso da quello fatto di pacifiche cale affacciate sul mare, vaste paludi, pinete leopoldine e parchi protetti. Qui, fra pascoli selvaggi, immensi greggi di pecore e sprazzi di macchia mediterranea, avevamo perso l’orientamento. E adesso, che cosa avremmo fatto? Scendere di macchina fu come cercare il custode di un cimitero. Non c’era nessuno in quelle viuzze di pietra addormentate sotto un velo di recentissima polvere. Era come se il proprietario di casa se ne fosse uscito a fare delle commissioni in un altro mondo, quello che avevamo conosciuto prima di arrivare lì. Sperai di vederlo tornare. Ma chi stavamo cercando io e mia madre? Mi guardai attorno, camminai ancora un po’ per le stradine di quel borgo ossessivamente ristrutturato, fino a quando, finalmente, non sentii un colpo di martello. All’ombra di un cortile incassato sotto il livello della strada, c’erano tre operai che discutevano amabilmente fra di loro.
“Scusatemi, potrei farvi una domanda?” dissi, con il tipico riguardo di un forestiero.
“Ci dica,” rispose uno di loro.
“Sapreste dirmi dove si trova la casa di David Leavitt?”

“Certamente! La ristrutturai anni fa, assieme a mio padre! Scenda giù che le spiego!” disse un giovane operaio dai capelli rossi. Parlava un italiano corretto, depurato dalle caratteristiche inflessioni toscane. Indossava una tuta da lavoro altrettanto linda e immacolata. “Ero un bambino quando mio padre mi portò a lavorare con sé in quella casa. Rifacemmo tutto: gli interni, i pavimenti, i bagni. David fu sempre molto gentile e aperto con noi. Seguimmo fedelmente le sue indicazioni sui materiali da usare per ristrutturarla esattamente come voleva lui. Anche il suo compagno era gentile, ma più taciturno. Ho un bellissimo ricordo di loro. Pensi che qualche anno dopo, un mio parente che abita negli Stati Uniti, ci inviò una copia del New York Times. Era stato pubblicato un articolo nel quale Leavitt parlava proprio di me e di mio padre. Descrisse persino la scena in cui mia madre veniva a prendermi al cantiere con la sua Cinquecento gialla!” Rimasi senza parole. Com’era possibile aver sbagliato strada, esserci fermati in un paese disabitato e avervi incontrato l’unica persona che aveva ristrutturato la casa che stavo cercando? Mi spiegò come fare per raggiungerla. Saremmo dovuti tornare a valle, percorrendo il ripido sentiero che costeggia l’Albegna e poi, girare a destra dopo il secondo ponte, etc. etc. Naturalmente, come tutte le abitazioni veramente esclusive, non essendo pacchianamente sfarzosa, fu abbastanza difficile da individuare. Strada facendo, chiedemmo altre informazioni. Un allevatore di maiali di Cinta senese, ci disse che la casa non era lontana, ma niente, non si riusciva a vederla. Dopo vari tentativi, svoltammo per caso in un sentiero dissestato a lato della provinciale per Montemerano. Lo percorremmo tutto fino a raggiungere l’ultima abitazione. Quando scesi di macchina e mi provai a suonare il campanello di quella casa, ne uscì fuori una ragazza dai modi un po’ rudi. Non ne sapeva nulla della casa dello scrittore! Fu proprio mentre tornavamo indietro che provammo ad imboccare un delicatissimo sentiero di terra battuta che conduceva sulla cima di una tipica collinetta toscana.

Man mano che lo percorrevamo lentamente, capimmo di essere arrivati. Era proprio lì, discretamente protetta dagli alberi, la casa in cui anni prima aveva vissuto David Leavitt, il mio scrittore preferito.







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